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particolare della pianta del Dotto

riflessione per un cliente

Nella usuale prassi professionale, progettista Committente e destinatario (cittadino nel nostro caso) rappresentano i tre attori attorno ai quali si inscena il progetto di architettura con la volontà di rinnovamento e di aggiornamento, tipica del dibattito contemporaneo, che non sempre corrisponde alle effettive esigenze della collettività a causa delle numerose incongruenze dovute all’anteporre i processi edilizi e le espressioni formali davanti alla centralità dell’uomo e del suo rapporto con l’ecosistema. Osservando le più recenti realizzazioni pubbliche italiane, firmate anche da architetti di fama internazionale (D. Libeskind, R. Meyer, Z. Hadid ecc..), si nota facilmente come Committente (Amministrazioni Pubbliche) e professionisti sappiano comunicare attraverso un linguaggio reciprocamente inteso ma poco comprensibile alla lingua parlata dei destinatari, ovvero, di coloro per i quali, paradossalmente, il Commitente intende realizzare le opere. Le ricerche e le proposte più interessanti dell’architettura contemporanea, quelle che i media e l’Accademia sono soliti assumere come riferimento, da un lato propongono analisi seriali come possibilità teorica di ripetere all’infinito l’elemento singolo studiato con rigorosità industriale; dall’altro, avanzano esplosioni meravigliose di architetture stupefacenti confezionate ed imposte ai cittadini, al di sopra delle loro impressioni, sensazioni e reali necessità. Rafforzando l’identità passiva del destinatario a scapito della sua legittima natura d’interlocutore vengono perse di vista le effettive esigenze delle persone, trascurati i legami emozionali e percettivi che tengono insieme le comunità, in contrasto con la universale lezione che, da tempi immemorabili, affida all’Architettura il complesso compito di contemperare le ragioni della tecnica con quelle dell’umanità.

Vogliamo definire tale incongruenza dell’incomunicabilità.

Impiegare come strumenti rappresentativi del progetto i fattori numerici quantitativi, dimensionali, statistici e meramente tecnici costituisce una forzatura tecnologica scollegata dalle esigenze qualitative d’uso, generatrice a sua volta di una seconda incongruenza; ricordate lo slogan di qualche tempo addietro “la forma segue la funzione?” Ebbene, nonostante viviamo l’epoca dell’incessante, i destinatari delle opere assistono all’incomprensibile comparsa di edifici monofunzionali perfettamente progettati, altamente tecnologici e specificatamente fruibili, pronti per l’uso ed il consumo; gli spazi aperti che li ospitano sono regolati da programmi funzionali rigidi e prevedibili, concepiti per il soddisfacimento degli standard urbanistici più che per le implicite necessità dei fruitori attribuendo così agli spazi pubblici, ai luoghi di ritrovo e di connessione, ai teatrini all’aperto e ai giardini tematici un carattere asettico dimensionale e monopercettibile. In tale impostazione possiamo ravvisare l’incongruenza della meccanicità (tecnicità) riconoscendo che nel processo progettuale la concezione di spazi adatti a fruizioni globali soccombe davanti ai condizionamenti tecnico-strutturali con lo scopo di essenzializzare la risposta e non di incrementare la complessità.

Si consideri, infine, il carattere rivoluzionario degli ultimi cinquanta anni dovuto, in parte, alla silente e pregnante trasformazione delle infrastrutture e del sistema d’informazione: le strade e la motorizzazione hanno strettamente unito la periferia al Centro negando ogni distanza materiale ed alterando la percezione del paesaggio. La rivoluzione del sistema informativo risulta ancora più decisiva e radicale: per mezzo della televisione ieri, di internet e del satellitare oggi, una grande maglia virtuale ha intrecciato interi paesi storicamente differenziati e ricchi di culture originali avviando un processo di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza imponendo nuovi modelli; modelli voluti da un mercato che non si accontenta più di “un uomo che consuma” ma pretende che non siano concepibili altre ideologie se non quella del consumo. Una sindrome consumista che ha detronizzato il permanere in favore della transitorietà, la novità al di sopra della durata privilegiando un edonismo neolaico ciecamente dimentico di ogni valore umanistico ed estraneo alle scienze umane. L’incongruenza è quella del consumo.
Il consumismo non è incentrato sul soddisfacimento dei bisogni bensì sull’appagamento dei desideri entità molto più volatile ed effimera non bisognosa di giustificazioni; di fronte all’assuefazione del consumatore e per mantenere la domanda ad un livello adeguato all’offerta, le distorsioni del mercato globale hanno iniettato uno stimolante molto più potente e versatile: il capriccio, il quale “completa la liberazione del principio di piacere eliminando i residui impedimenti del principio di realtà” (Z. Bauman).
Alla grande impresa Occidentale, della mercantilizzazione succede quella dell’estetizzazione, inevitabilmente estesa alla rappresentazione del costruito al quale, mai come in questi anni, l’Architettura di successo affida un ruolo tanto mediatico quanto incapace di porre distanze critiche al disincanto amministrativo e alla perdita di senso del Paesaggio antropico.
I Committenti Pubblici continuano ad esigere studi statistici e di settore, affidano incarichi all’Internazionalismo delle star, cioè a coloro che le comunicazioni di massa identificano come gli estetizzatori del presente, offrono ai cittadini spazi aperti e costruiti destinati a diventare, in breve tempo, prodotti scaduti esposti al degrado e all’insicurezza.

Gehl Architects: The human scale

 

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