ivan petrus iobstraibizer | normalizzare l'islam | ivan petrus iobstraibizer
normalizzare l'islam

normalizzare l’islam

La questione islamica e la disciplina della politica edilizia per i luoghi destinati al culto denunciano la mancanza di un esaustivo provvedimento normativo a lungo trascurato dalle istituzioni nazionali e locali del nostro paese. L’imbarazzante situazione vissuta dalle città, a causa dell’improvvisa esplosione di richieste di nuovi spazi di aggregazione islamica, è conseguenza anche dell’eccessiva confusione indotta, da una parte, dalla difficoltà di definire la loro esatta identità, e dall’altra, dall’incapacità di classificarli con esattezza secondo i criteri adottati dagli strumenti urbanistici vigenti. Monitorare l’esperienza della “moschea di Padova” consente di illustrare le numerose avversità che minacciano il processo locale di realizzazione dell’opera, individuando difficoltà e contraddizioni che si possono estendere, per analogia, all’intero territorio nazionale. Uno sguardo attento e non prevenuto riscontra gravi responsabilità della sfera politica e delle normative tecniche urbanistiche, evidenziando la totale incapacità e il poco interesse ad affrontare la complessità del pluralismo religioso. In questa sede, seppure in via descrittiva, richiamiamo alcuni concetti importanti per facilitare l’inquadramento delle problematiche oggettive emerse, tralasciando quelle tendenziose e di comodo.

Quadro normativo di riferimento

In primo luogo, ricordiamo che quasi tutti i comuni italiani sono dotati di un P.R.G. (Piano Regolatore Generale), strumento urbanistico che regola l’assetto e l’incremento edilizio dei centri abitati interni ai confini geografici di un Comune contenendo le indicazioni sul possibile utilizzo delle porzioni del territorio cui si riferisce, per disegnare la crescita della città tutelandone l’integrità fisica ed ambientale. Sulla base della legge urbanistica del 1942 la dottrina distingue tra ‘zonizzazione’, indicando la divisione del territorio in aree di carattere omogeneo, e ‘localizzazione’ riferita alla rete dei servizi e delle infrastrutture destinate alla generalità dell’utenza; ciascuna Zona Omogenea individua delle Aree all’interno delle quali sono consentite un certo numero di attrezzature di servizio regolamentate da un compendio di Norme (Norme Tecniche di Attuazione) che definiscono le tipologie insediative (destinazioni d’uso) e le caratteristiche dimensionali (altezze, distanze, volumi e superfici) dei corpi di fabbrica da costruire. Per completezza si deve notare che talune regioni, in questi ultimi trent’anni, si sono dotate di nuove leggi regionali urbanistiche con l’intento di affrontare i repentini cambiamenti dovuti anche all’abbandono dei centri storici e al crescente fenomeno dell’immigrazione extracomunitaria; il Veneto, ad esempio, dopo la legge regionale n. 61/85 ha proposto ed introdotto la l.r. n. 11/2004, aggiornata con le modifiche della l.r. n. 20/2004, affidando alla nozione di “urbanistica” un ruolo più complesso inteso come “disciplina dell’uso del territorio” compresi “ tutti gli aspetti conoscitivi, normativi e gestionali riguardanti le operazioni di salvaguardia e di trasformazione del suolo nonché la protezione dell’ambiente”.

Oltre al fondamentale riferimento “alla promozione e realizzazione di uno sviluppo sostenibile e durevole” la legge veneta introduce il “metodo del confronto e della concertazione” stabilendo che attraverso l’applicazione dei principi di sussidiarietà e di coerenza la pianificazione del territorio sia coordinata tra il Comune, la Provincia e la Regione secondo procedure e strategie programmate ed interconnesse; il vecchio P.R.G. (Piano Regolatore Generale) trasformato in P.R.C. (Piano Regolatore Comunale) sarà articolato in un piano di assetto del territorio (PAT), approvato dalla Provincia, e in un piano degli interventi (PI), di esclusiva competenza comunale, volto a prefigurare i provvedimenti organizzativi e di trasformazione del territorio da realizzare in un arco di tempo determinato da attuare attraverso risoluzioni dirette o per mezzo di piani urbanistici attuativi (PUA). Non va trascurata, infine, la previsione del piano di assetto del territorio intercomunale (PATI) che rappresenta un prezioso strumento di coordinamento tra enti locali facenti parte di grandi aree urbane che intendano trovare strategie comuni in un settore, l’urbanistica, in cui l’unità di governo si rivela indispensabile per una crescita qualitativa del territorio.

Quanto riassunto serva al lettore per comprendere che di fronte al problema complesso dell’integrazione dei luoghi di aggregazione islamici, gli strumenti normativi, brevemente sopradescritti, possono far fronte alle problematiche locali (vedi il caso delle moschee di Treviso, Padova, Verona, Alte Ceccato) ed essere estesi a livello regionale e provinciale secondo ordinati criteri di pianificazione, evitando azioni improvvisate e di chiusura, come già occasionalmente avvenuto.

Immobilismo e confusioni

Soffermiamoci sul significato del termine abusato di moschea, ponendo a confronto le fobie dell’immaginario collettivo con le aspettative delle Associazioni islamiche (quando cercano un luogo per riunirsi) rispetto alla effettiva offerta del mercato edilizio costituito da locali in disuso ed edifici esistenti da ristrutturare. Le moschee in Italia, come erroneamente le intende il pensiero comune, sono in realtà solamente tre, con sede in Roma, Milano e Catania, e i casi di Bologna e di Colle Val d’Elsa, tra gli altri, rappresentano situazioni affossate per l’ennesimo fallimento della politica e del confuso quadro tecnico normativo. La moschea non è solo un edificio arricchito di strani campanili (i minareti), cupole e ornamenti, da assimilare alle nostre chiese con esclusiva funzione di preghiera e raccoglimento, ma anche un luogo di aggregazione che offre numerosi servizi ai membri della Comunità islamica e, indirettamente, a tutti i cittadini del Comune interessato.

L’esperienza patavina è assai significativa a tal proposito: sin dalla presentazione ufficiale del progetto di un nuovo Centro Culturale Islamico, l’opinione pubblica ha battezzato l’edificio di Via Longhin come “sede della moschea di Padova”, trascurando aspetti essenziali che, se intesi, avrebbero potuto far comprendere l’effettiva natura dell’intervento di ristrutturazione; l’obiettivo era il semplice recupero di un edificio rurale, tipicamente veneto e di proprietà comunale, per consentire il programma funzionale richiesto da un’Associazione Culturale comprendente una sala per riunioni e meeting per 300 persone (funzione liturgica), tre aule didattiche, una cucina domestica scalda vivande ed i servizi igienici. Inoltre il progetto di ristrutturazione, trattandosi di un edificio pubblico da affittare (10 più 10 anni) all’Associazione Islamica, doveva garantire la massima reversibilità, rispettando l’originario aspetto compositivo e la volumetria esistente, a favore di altri possibili inquilini. Nulla a che vedere con la temuta moschea, ma al contrario un ordinario intervento, a spese dell’Associazione, per il riuso di un edificio pubblico destinato, altrimenti, a permanere nello stato attuale di degrado e di abbandono. Per ostacolare il piano di intervento, oltre ai consueti e grossolani brusii politici, si sono impiegati erronei aggiramenti normativi con l’intento di dimostrare l’incompatibilità delle destinazioni d’uso proposte dal progetto con quelle previste dal vigente P.R.G.

Il Piano Regolatore della città definisce l’ambito d’intervento come “Area per servizi di interesse generale nel territorio esterno alla Zona del centro storico”, non contemplando l’istituzione religiosa ma solamente le attrezzature sociali come i centri di accoglienza, i vari istituti e le case dello studente (art. 25 punto 7 NTA – Norme Tecniche di Attuazione); un’attenta lettura dell’art. 25 rileva una considerevole lista di attrezzature possibili conformi alla Zona, molte delle quali rientrano nel programma funzionale del Centro Culturale Islamico, che ridotto a moschea, per semplificazioni di comodo, assume l’identità esclusiva di edificio di culto e pertanto la conseguente non compatibilità. Il Centro Culturale Islamico da realizzare nel fabbricato dell’ex Fattoria è al contempo: un luogo di apprendimento e conoscenza (art. 25 punto 2) per aiutare i bambini della Comunità con difficoltà d’inserimento nelle nostre scuole, insegnare loro la lingua madre e perfezionare quella italiana con docenti esterni; un centro d’interesse culturale (art. 25 punto 3) con idonei spazi aperti alla città per organizzare attività d’informazione e divulgazione da scambiare con le Associazioni locali interessate, le Università e le scuole; una struttura assistenziale (art. 25 punto 6) intesa come primo soccorso per i meno abbienti ed i più disagiati; un centro sociale (art. 25 punto 7) per le attività concordate con gli Enti preposti del Comune mirate al reintegro e recupero dei disadattati; una sala di preghiera e di raccoglimento (art. 25 punto 8) da ornare e organizzare come di consuetudine per tutti gli spazi sacri e religiosi.

Il quadro normativo vigente inoltre, riconoscendo i limiti della rigidità legislativa, consente in tutte le Zone e Aree comunali la modifica delle utilizzazioni d’interesse pubblico, previa deliberazione favorevole del Consiglio Comunale e nel rispetto delle destinazioni d’uso consentite dal Piano Regolatore Generale (art. 4 e 40 NTA). Tuttavia lo scontro politico padovano, tutelando le ragioni di scuderia per fini mediatici e di visibilità, è prevalso sulla complessità del cambiamento, percorrendo scorciatoie di opportunismi semplificati a scapito di sentieri irti ma legittimi, perché rispettosi delle normative vigenti, idonei a sopportare le fobie del pluralismo e a superare le incertezze verso l’altro nell’interesse della cittadinanza, compresi gli immigrati che ne hanno diritto e facoltà di appartenenza.

Richiamando la nuova legge urbanistica veneta è possibile auspicare un nuovo corso normativo, capace di spingere l’intero Paese a proporre indispensabili soluzioni per le minoranze religiose, garantendo costruttive risposte nel rispetto di un principio costituzionale fondato sulla libertà di culto e di associazione dell’individuo. Parliamo di minoranze religiose perché le problematiche emerse in questo torno di tempo con le Comunità islamiche possono essere estese a tutte le altre congregazioni e comunità religiose, nel momento in cui risultassero, nell’immaginario collettivo, una minaccia per la nostra sicurezza; non si tratta quindi di difendersi dal diverso, ma di imparare a condividere la città regolando l’ordinamento urbanistico ed edilizio su obiettivi più articolati e imprevedibili. Potremo così assorbire, con lungimirante flessibilità, i cambiamenti imposti dalla globale mescolanza di culture, religioni, abitudini, tradizioni e assimilare le nuove necessità a quelle già esistenti secondo procedure coordinate che individuino contesti urbani, luoghi ed edifici idonei alla trasformazione nelle mutate esigenze di una collettività multietnica. In caso contrario, oltre a trovarci di fronte ad uno scontro tra civiltà e religioni, saremo chiamati al cospetto d’Europa per giustificare le consuete inerzie, incapaci di far fronte alle urgenti questioni di democrazia, di convivenza, di rispetto dell’altro e d’integrazione.

Negli accordi tra privati (contratti di locazione, acquisto e vendita di immobili) le procedure si semplificano grazie al rispetto della proprietà privata contemplato dalla legislazione italiana e alla tutela dello stato di diritto, che garantiscono al privato cittadino la possibilità di sottoscrivere atti di compravendita o di locazione in funzione delle proprie capacità economiche e nel rispetto delle normative vigenti. Ferme restando le garanzie di sicurezza e di controllo, che spettano agli Enti preposti, un’Associazione Culturale islamica, che consideri l’acquisto di un locale o di un edificio, deve porre in primo piano il diritto di terzi, confrontando le caratteristiche abitative delle Aree e dei fabbricati con il tipo di attività previste, senza trascurare, oltre alla consueta diffidenza dei vicini, le eventuali molestie e fastidi che le necessità logistiche, funzionali, abitudinarie e di rito comportano nell’esercizio dell’Associazione. Nel caso specifico un’Associazione Culturale Islamica troverà poco consono ricavare la propria sede all’interno di un denso complesso residenziale, mentre più felici risulteranno le scelte di edifici isolati, idonei a sopportare gli afflussi delle celebrazioni di forte richiamo, le chiamate alla preghiera del muezzin o del suo elettrico sostituto.

A onor del vero il quadro normativo, a tal riguardo, prevede cambi di destinazione d’uso senza opere nel caso di edificio agibile che non necessita lavori di ristrutturazione e/o manutenzione; diversamente, le procedure da seguire sono quelle illustrate nei paragrafi precedenti anche per i casi di privati, proponendo le medesime contraddizioni e difficoltà. E’ doveroso ricordare, però, che le Associazioni Culturali di promozione sociale, regolarmente iscritte nei registri nazionali e regionali (Provincia e Comune), o le organizzazioni di volontariato, istituite come da legge 11 agosto 1991 n. 266, godono di importanti agevolazioni e facilitazioni per consentire loro di limitare inutili disagi e tutelare il diritto costituzionale di libertà di associazione. L’art. 18 della Costituzione della Repubblica Italiana, infatti, legittima tutti i cittadini ad associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale. Inoltre, la legge n. 383 del 7 dicembre 2000 “Disciplina delle Associazioni di promozione sociale”, all’art. 32, comma 4 recita:”la sede delle Associazioni di promozione sociale ed i locali nei quali si svolgono le relative attività sono compatibili con tutte le destinazioni d’uso omogenee previste dal decreto del Ministro dei LL.PP. 2 aprile 1968 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 97 del 16 aprile 1968 (individuazione delle ZTO – Zone Territoriali Omogenee del P.R.G.) indipendentemente dalla destinazione d’uso urbanistica”, ed inoltre, al comma 5, “[…] le Associazioni di promozione sociale sono ammesse ad usufruire, nei limiti delle risorse finanziarie disponibili, di tutte le facilitazioni e agevolazioni previste per i privati in particolare per quanto attiene all’accesso del credito agevolato”. L’Associazione Culturale Islamica, coinvolta nel piano di ristrutturazione del fabbricato di via Longhin, regolarmente iscritta nei registri delle Associazioni comunali, da alcuni anni sottoscrive un protocollo d’intesa col Comune di Padova per promuovere un’attività di promozione e recupero sociale nel “quartiere” di via Anelli, divenendo referente autorevole dell’Assessorato alle politiche dell’accoglienza e dell’immigrazione nonché degli Enti preposti al controllo e alla sicurezza della città.

In questa fase di transizione, nell’attesa che lo Stato promulghi un esaustivo quadro normativo, affinché le minoranze religiose possano liberamente godere di veri e propri luoghi aggregativi, si deve agevolare il processo di riqualificazione di spazi disponibili, anche degradati, secondo un obiettivo condiviso con le istituzioni locali, improntandolo ad una rinnovata trasparenza, affidabilità e semplificazione delle procedure, perseguendo l’unico intento fondato sul diritto (dovere) di esistere e di essere rappresentati e tutelati. Nel caso dell’Associazione Islamica di Padova abbiamo assistito ad ingiustificati attacchi istituzionali condotti dagli schieramenti politici conservatori della città, strumentalizzando i requisiti e i simboli di una religione per fini diversi o addirittura contrari allo spirito che dovrebbe contraddistinguerne l’esercizio, e favorendo la tendenza ad una mistificazione politico-ideologica nella quale, mediante l’utilizzo di slogan propagandistici e ostruzionismi, si è impedito il naturale cammino verso una pacifica convivenza.

Progetto per una moschea “padovana”

Come cittadino e architetto veneto avrei preferito di gran lunga, in questa sede, illustrare e commentare il progetto per la costruzione di una “vera moschea”, prevedendo il recupero dell’ex fattoria per inserire i servizi del centro culturale, e la realizzazione di un nuovo edificio, il “masjid”, luogo della prostrazione (l’edificio sacro), completo di minareto, di lucenti cupole e di apparati ornamentali multicolori. Sbarazzandosi dei chiacchiericci inutili, l’architettura del complesso edilizio avrebbe affrontato con ragione umanistica i temi del ricucire, del mettere insieme, del comporre un’unità spaziale rispettando il contesto, le relazioni tra le consuetudini della tradizione veneta e quelle rituali della Cultura islamica; un dialogo interreligioso fatto di misure, materiali, colori, volumi e superfici, recuperando il significato di cultura come mores dove sono in gioco i costumi ovvero la cosciente interazione dell’individuo con la propria storia e con il nuovo ambiente che abita.

Il progetto, forte della propria valenza etimologica di gettare in avanti, avrebbe proposto una soluzione organica che affidava alla esistente ex fattoria un ruolo ordinatore, destinato alle attività culturali, sociali e di servizio del centro e, all’aula di preghiera, da realizzare in uno stralcio successivo, quello percettivo inteso come “parusia” secondo l’accezione greca di Presenza. Una Presenza tettonica, fisica, che segna il territorio, lo caratterizza custodendo la preghiera dei fedeli musulmani e, al contempo, manifesta la presenza “dell’altro” offrendogli l’opportunità di accrescere un lento sentimento di riconoscimento e di appartenenza al luogo. Seguendo questa unica via non solo avremmo potuto confermare l’importanza del confronto e della partecipazione nell’ambito del progetto di architettura, ma anche dimostrato le molteplici possibilità che il nostro paesaggio è in grado di sostenere rinnovando le relazioni di un comune abitare. Infatti il contrasto tra i due edifici esprime l’ambizioso programma di avvicinamento e di convivenza tra culture differenti  nel rispetto della tipologia rurale veneta e delle necessità simboliche funzionali della cultura islamica; il portico laterale di collegamento, oltre a servire come accesso al centro culturale e, in testata su via Longhin, a ingresso della sala di preghiera, avrebbe acquistato un significato figurativo di forte connotazione in quanto unico passaggio di attraversamento e di collegamento tra gli spazi previsti. Il progetto del costruito conferma la radicata intenzione dell’Associazione di realizzare un Centro Culturale Islamico aperto non solo ai propri fedeli ma anche ai cittadini curiosi, agli abitanti dei quartieri della città, agli studenti e ai bambini, ai cultori e ai pellegrini; la ricerca compositiva comunica tali propositi perseguendo un processo integrale all’interno del quale la riqualificazione dell’esistente e lo sviluppo risultino sostenibili, esteticamente motivati ed economicamente accessibili. L’architettura evidenzia l’inutilità di riferirsi alle categorie del bello e del brutto preferendo, per coerenza e necessità, le valenze di giusto e sbagliato, di quello che effettivamente serve alla Comunità islamica e di quello che è invece superfluo.

Tali concetti identificano una strategia di intervento a garanzia del controllo nelle diverse scale di rappresentazione del progetto: in primo luogo lo sviluppo del paesaggio urbano secondo modelli di riferimento sociali ed ecologici come il confronto partecipato, la fruizione mista (raccoglimento/liturgia/tempo libero), la riduzione del consumo di superfici e le infrastrutture; quindi la scala  insediativa in sinergia con l’innovazione dell’edilizia a basso consumo energetico e di risorse, con ciclo di vita, bilancio energetico e di salute ottimizzati. Infine la scala edilizia che esplicita i concetti tra le due differenti culture in relazione al contesto urbano e agli spazi confinati, alla geometria, all’architettura solare, al regime dei venti, ai materiali da costruzione e alle tipologie rinnovabili. La soluzione sperimentata proponeva di condividere gli spazi urbani con la comunità islamica riconoscendo l’ex fattoria come un patrimonio della collettività che avrebbe potuto determinare un modus vivendi basato sul confronto e sul dialogo, attingendo dai significati formali delle strutture aggregative collaudate, dalla storia ricca di valori che l’architettura ha derivato dai nessi condivisi e stabiliti sul piano sociale con le persone, le istituzioni e i luoghi.

Il progetto deve evitare le eleganti tecnologie che la nostra cultura mette a disposizione per definire e rappresentare i singoli elementi; ignora gli impeti autocelebrativi, sforzandosi di riconoscere i segni del paesaggio e le relazioni rispetto alla trama della storia e all’ordito della geografia; le architetture allontanano l’aggettivazione formale a favore della semplicità che tutela la comunicazione tra le parti e le differenze, rifiuta il gratuito e difende l’equilibrio, la misurazione, le relazioni con l’altro, l’organizzazione vitale, la trasparenza. La semplicità dell’impianto dà l’impressione che tutto ciò che è rappresentato nel materiale di progetto risulti inevitabile, sicuro e coerente, ma che tuttavia qualche cosa di essenziale è sempre al di là di ciò che è stato organizzato e previsto. Un quid perfettibile che accetta il cambiamento.

Il progetto, infine, avrebbe avviato una ponderata ricerca volta a scoprire, sperimentare ed apprendere le necessarie conoscenze per affrontare i problemi di convivenza gettati dal mercato globale sulle realtà locali che non troveranno mai soluzione sino a quando non sostituiremo gli arnesi della mixofobia con gli strumenti della mixofilia, più idonei a stimolare l’interesse ed il rispetto per la diversità: “[…] perché è molto umano e naturale, facile da capire, che mescolarsi con gli stranieri apre la via ad avventure di ogni tipo, a cose interessanti, affascinanti che possono accadere. […] Ecco qualcosa che è impensabile in un piccolo, immobile villaggio in cui ognuno sa che cosa stiano facendo in cucina tutti gli altri, nessuno sorprende più nessuno e in realtà non ci si aspetta niente di interessante. […]” (Z. Bauman, Fiducia e paura nella città, Bruno Mondadori, Milano, 1995).

Nel corso dei secoli l’attrazione che spingeva le masse a rifugiarsi nelle città era alimentata sia dal bisogno di riparo e protezione che dalle forti aspettative di un futuro migliore, seppure con elevati timori ed incertezze, confermando quel detto tedesco riferito già alle città di epoca medievale che afferma: Stadtluft macht frei, l’aria della città ti rende libero.

Nel gennaio 2009 l’iter progettuale dell’ex fattoria era completo di tutti i documenti necessari per il rilascio del permesso di costruire: mancava solamente la firma del contratto di locazione che impegnava l’Associazione Culturale a farsi carico delle spese di intervento in cambio del diritto di locazione, per un periodo di dieci anni di affitto più altri dieci eventualmente rinnovabili. L’epilogo all’italiana era preannunciato ed infatti, di fronte all’ammontare della spesa di circa un milione di euro da investire su un edificio di proprietà Comunale, l’Associazione Islamica non otteneva il consenso unanime da parte dei suoi membri subendo, invece, un forte scontento, minaccioso di infauste rotture e scissioni. La degenerazione dei rapporti interni alla Comunità ha imposto una ricerca di soluzioni alternative più economiche e, soprattutto, ragionevolmente indirizzate all’acquisto di un immobile, avvenuto con l’acquisizione di un capannone artigianale ristrutturato al grezzo, di circa 450 mq, verso il quale, all’Associazione, spetta ora il compito di provvedere ai lavori di finitura e di sistemazione delle opere esterne. Il modesto fabbricato, di tradizionale fattura, è collocato in una zona urbana servita di infrastrutture e sottoservizi, dotato di un generoso spazio aperto da destinare a parcheggio privato e alle attività ludiche e ricreative dei bambini, sufficientemente distante dalle aree residenziali esistenti, ma non isolato, idoneo a tutelare quel pacifico rapporto di vicinato fondato sulla rispettosa libertà di esercitare le proprie abitudini e ritualità.

Curioso è notare come l’Associazione culturale abbia saputo conformarsi al modello di sopravvivenza tipicamente veneto fondato sulla necessità di rimboccarsi le maniche e risolvere i problemi in autonomia, screditando i luoghi comuni e i giudizi di valore sul lassismo degli immigrati extracomunitari e sulla loro vituperata propensione all’essere gratuitamente assistiti dal contribuente padano. La differenza islamica, quasi una lezione, ha messo in evidenza un profondo rispetto delle regole e delle persone nel condurre gli affari, confermando quella razionale devozione ai principi del Testo Sacro, il Corano, che impone coerenza ed onestà anche nel riguardo dei propri interessi.

Nel rinnovare l’impegno verso la cittadinanza di realizzare un edificio aperto alla collettività, l’Associazione culturale islamica riconferma la promozione di servizi socialmente importanti (utili) da concordare col Comune, garantendo la massima trasparenza nella gestione delle attività sociali, religiose e finanziarie; l’Amministrazione, dal canto suo, può salutare con serenità il nuovo corso, offrendo quei necessari contributi ed attenzioni che tutelano le Associazioni Culturali nell’interesse comune ed in conformità agli ordinamenti giuridici vigenti.

Ivan Iobstraibizer

AAVV: a cura di Stefano Allievi Ma la moschea no… I conflitti sui luoghi di culto islamici Padova, Edizioni La Gru, 2012,

Tags
Recent Comments
Leave a comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *